Bioedilizia in Italia: a che punto siamo e dove stiamo andando

Quando ho cominciato a interessarmi alla bioedilizia in Italia, oltre vent’anni fa, era ancora considerata un’esperienza di nicchia. Oggi è un mercato in forte crescita, spinto da normative europee, sensibilità ambientale e una nuova consapevolezza di committenti e progettisti. Eppure restiamo ancora distanti dai Paesi più avanzati. In questo articolo provo a fare il punto sullo stato della bioedilizia nel nostro Paese, sulle trasformazioni più importanti in atto e su dove, secondo me, stiamo andando.

Che cosa intendiamo per bioedilizia

La bioedilizia è l’insieme di pratiche costruttive che mettono al centro tre obiettivi: il benessere delle persone che abiteranno gli edifici, il rispetto dell’ambiente nel ciclo di vita del manufatto e l’uso di materiali sani, naturali o riciclati. Non è una scelta estetica, ma una scelta di progetto: parte dal disegno architettonico, attraversa i materiali, definisce la cantierizzazione e arriva fino allo smaltimento.

In Italia il termine si è diffuso negli anni Novanta, prima in ambito accademico e poi tra studi di architettura più attenti. Per molto tempo è rimasto una scelta minoritaria, percepita come più costosa e meno performante. Oggi le cose sono cambiate, e su entrambi i fronti — costi e prestazioni — abbiamo evidenze diverse.

Lo stato della bioedilizia in Italia oggi

Il mercato della bioedilizia in Italia mostra segnali contrastanti: cresce in modo significativo, ma rispetto al potenziale del nostro patrimonio edilizio resta sottodimensionato.

I numeri della crescita

Negli ultimi anni le costruzioni con criteri di bioedilizia hanno conosciuto una crescita costante, trainate sia dal residenziale sia dal terziario. Le nuove costruzioni a basso impatto sono diventate uno standard riconoscibile, soprattutto nel Nord Italia, dove un’industria edilizia più strutturata sa rispondere alla domanda.

Anche il settore della riqualificazione — il vero motore del mercato italiano, dato il nostro patrimonio costruito — comincia a integrare logiche di bioedilizia: cappotti in materiali naturali, intonaci traspiranti, isolanti vegetali. Non è ancora la regola, ma non è più l’eccezione.

Le differenze regionali

Il Nord del Paese — in particolare Lombardia, Trentino-Alto Adige e Veneto — guida questo cambiamento, con un’industria di filiera capace di offrire prodotti certificati e una committenza pubblica e privata pronta ad accoglierli. Centro e Sud stanno seguendo, ma con tempi diversi e con una filiera meno strutturata.

Questa asimmetria è una delle questioni che mi sembrano oggi più urgenti: la sostenibilità non può essere un lusso geografico, deve diventare uno standard nazionale.

Il ruolo delle normative

Il quadro normativo europeo — dal Green Deal alla direttiva sulle case green, fino al Critical Raw Materials Act — sta spingendo la filiera verso scelte più sostenibili. Anche a livello italiano, il PNRR ha dato una spinta importante alla riqualificazione energetica e alla ricerca su materiali innovativi.

Le imprese che hanno investito per tempo in ricerca e in certificazioni si trovano oggi avvantaggiate. Chi ha aspettato sta correndo per recuperare.

Dove stiamo andando: tre tendenze in atto

Dalla casa green all’edificio a impatto positivo

Per anni l’obiettivo era ridurre l’impatto: meno consumi, meno emissioni, meno sprechi. La nuova frontiera è più ambiziosa: edifici a impatto positivo, capaci di restituire all’ambiente più di quanto consumino, anche grazie alla scelta di materiali che assorbono anidride carbonica durante la loro vita utile.

È un cambio di paradigma che richiede progettazione integrata fin dalle fasi iniziali e una filiera industriale che sappia produrre i materiali adeguati.

Industrializzare i materiali naturali

Una sfida che mi sta particolarmente a cuore è questa: portare i materiali naturali — calce, fibre vegetali, terra cruda — fuori dall’artigianato di nicchia e dentro un’industria capace di produrre con standard costanti, certificazioni internazionali e prezzi competitivi.

Senza industrializzazione, la bioedilizia resta una scelta per pochi. Con un’industria attenta e seria, può diventare la nuova normalità del settore.

Una nuova alleanza tra impresa e ricerca

Le innovazioni più interessanti che vedo arrivare dal mondo dei materiali — biocompositi, superfici fotocatalitiche, prodotti a basso contenuto di carbonio incorporato — nascono dalla collaborazione tra imprese, atenei e laboratori di ricerca. È un modello che dobbiamo continuare ad alimentare: nessuno, da solo, ha le risorse per affrontare la complessità della transizione.

Quello che ancora manca

Sarei poco onesto se descrivessi solo i progressi. Restano ostacoli importanti: una filiera della formazione professionale ancora poco aggiornata, un mercato pubblico che fatica a premiare la qualità ambientale, una cultura della committenza privata che a volte sceglie ancora solo sul prezzo iniziale, senza valutare il costo del ciclo di vita.

Servono incentivi più stabili nel tempo, criteri di acquisto pubblico più rigorosi e una comunicazione più chiara verso i cittadini: la sostenibilità di un edificio non è uno slogan in copertina, è una scheda tecnica fatta di numeri verificabili.

FAQ

Che differenza c’è tra bioedilizia e edilizia sostenibile?

I due termini sono spesso usati come sinonimi, ma con sfumature diverse. La bioedilizia mette l’accento sull’uso di materiali naturali e sul benessere abitativo. L’edilizia sostenibile è un concetto più ampio, che include anche efficienza energetica, riduzione delle emissioni e gestione del ciclo di vita dell’edificio. Nella pratica, oggi le due strade convergono.

La bioedilizia costa di più?

Sul costo iniziale può esserci una differenza, ma sempre minore rispetto al passato grazie all’industrializzazione della filiera. Sul costo del ciclo di vita — manutenzione, consumi energetici, durabilità, valore di rivendita — un edificio realizzato con criteri di bioedilizia è quasi sempre più conveniente.

Quali sono i principali materiali della bioedilizia?

Tra i più usati: legno strutturale, calce, fibre vegetali come la canapa, sughero, lana di pecora, argilla cruda, mattoni in terra, calcestruzzi a basso contenuto di carbonio e materiali da riciclo certificati. La scelta dipende dalla destinazione d’uso, dal contesto climatico e dalle prestazioni richieste.

Le case in bioedilizia sono più sane?

Sì. I materiali utilizzati non rilasciano sostanze nocive nell’aria interna, riducendo problemi di qualità dell’aria che invece sono comuni negli edifici costruiti con materiali di sintesi. Per questo la bioedilizia è particolarmente raccomandata in ambienti dove vivono persone fragili: bambini, anziani, persone con allergie o sensibilità chimica.

La bioedilizia non è una moda: è una direzione di lavoro che ci accompagnerà per i prossimi decenni. Continuo a confrontarmi su questi temi nelle convention di settore, nei seminari con studi di architettura e nelle interviste sui media specializzati.

Se vuoi capire da dove iniziare — quale intervento ha più impatto, quali materiali fare, come si combinano le detrazioni — sono disponibile per una consulenza. Contattami

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